Gruppo 20 "OSPEDALE LOS ANGELES" [Desmond, Penny]

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Gruppo 20 "OSPEDALE LOS ANGELES" [Desmond, Penny]

Messaggio  Destiny il Gio Set 29, 2011 4:45 pm

Tema: Una camera d’ospedale e un dolore da affrontare insieme.
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Re: Gruppo 20 "OSPEDALE LOS ANGELES" [Desmond, Penny]

Messaggio  Penelope Widmore il Dom Ott 02, 2011 8:58 am

‎[White Memorial Medical Center - Los Angeles]

*Il silenzio opprimente e il forte odore di disinfettante le facevano pesare ancora di più quella permanenza forzata. Si mosse nervosamente sulla sedia di pelle, sospirando per l’ennesima volta. L’arredamento dello studio era sobrio, fin troppo per i suoi gusti. Nella parete davanti a lei c’era un poster sulla storia dei contraccettivi: almeno duemila anni di strani congegni dall’improbabile utilità. Vicino, un poster dello stesso stile rappresentava una storia diversa, molto più sanguinolenta: forcipi, uncini ed estrattori sembravano guardarla beffardi da dietro la patina lucida della stampa. Rabbrividì, discostando frettolosamente lo sguardo.*

*La porta dello studio si aprì e il dottor Habermas la salutò con un sorriso di falsa cortesia.*
Buonasera signora Hume, come stiamo oggi? *Le tese la mano sudaticcia, continuando a sorridere*
Decisamente meglio, dottore. *Si alzò dalla sedia per ricambiare una breve stretta di mano e tornò a sedersi. Il dottore prese posto dall’altra parte della scrivania e cominciò ad ordinare le carte che aveva portato con sé. Il sole oramai era al crepuscolo e nello studio si diffuse una luce rossastra e cupa. L’attesa stava cominciando a diventare snervante. Istintivamente Penny guardò la porta dietro di sé, chiedendosi ancora una volta se aveva fatto bene ad escludere momentaneamente suo marito da quella visita. Ma ormai era fatta, di qualsiasi cosa si fosse trattato l’avrebbe scoperta e affrontata –inizialmente- da sola. All’inizio Desmond aveva provato a protestare, ma lei non si era mossa dalla sua posizione. Era meglio così.*
*Il dottor Habermas si tolse gli occhiali dal naso adunco, giunse le mani sulla scrivania e alzò lo sguardo verso di lei.* Signora Hume, sono latore di brutte notizie. *Penny si sentì sprofondare.
Il dottore si alzò e appoggiò una lastra davanti ad uno schermo di luce.* Vede questo punto? *Tracciò un cerchio invisibile con il dito su una superficie più scura delle altre.* Qui è dove è penetrata la pallottola che ha rischiato di ucciderla. Qui sotto, purtroppo, c’è anche il suo utero.

*Fece una pausa, abbassando lo sguardo* Vede, signora Hume, noi abbiamo fatto il possibile per salvarle la vita… purtroppo però ci sono cose che neanche un’equipe dei migliori chirurghi del paese riescono a salvare. Abbiamo dovuto decidere se salvarle la vita o sprecare importanti attimi per pensare come salvarle l’utero. Le sarebbe stato fatale, signora Hume.
*Penny abbassò lo sguardo e una lacrima capricciosa le solcò il volto. Portò il polso al viso e con un movimento nervoso si asciugò gli occhi. Il trucco si sbavò appena.*
Dottore, non può essere…non può essere definitivo. Ci dev’essere un modo…un trapianto! …sì, i trapianti di utero si fanno, vero? Perché non….
*il dottore si alzò e le si avvicinò, prendendole le mani per aiutarla ad alzarsi*
Signora Hume, con i danni che ha subito con quella ferita un trapianto di utero sarebbe la cosa peggiore che potrebbe fare.
*Le lacrime cominciarono a sgorgare implacabili dai suoi occhi.*
Ma io…Desmond… Charlie… no, è impossibile… questo è il passato, dopo ci sarà Charlie…non può non esserci…
Signora Hume, lei è sotto shock. Stia seduta qua, vado a prenderle qualcosa di caldo da bere e chiamo suo marito. …Preferisce che sia lei a dirglielo?
*Penny scosse la testa, con lo sguardo fisso sul pavimento.*
N-no, glielo dica lei. Per favore.


‎[Whittier Boulevard - Los Angeles]



*Forse era morta. O forse lo sarebbe stata presto. Non sentiva più il suo corpo. Era come vedere un lungometraggio della sua vita dall’alto. Desmond guidava la macchina. Lei (o quello che restava di lei) era rannicchiata sul sedile del passeggero, con lo sguardo perso nel vuoto. Ma poi era davvero lei? Come faceva ad essere sicura che la sua parte autentica era davvero quella lì?
No. Non poteva essere. Quello era un sogno e lei in verità era nel momento giusto e nel luogo giusto con il suo Charlie. A raccontargli una fiaba per farlo addormentare e a litigare per fargli finire tutti gli spinaci. Lo stomaco le si contrasse in una morsa d’acciaio e le lacrime cominciarono a sgorgarle sul viso prematuramente segnato.
Aveva passato gli ultimi anni della sua esistenza a cercare suo marito e cosa ne era risultato? Aveva perso per sempre il suo piccolo.
Dov’era il suo bambino? La stava aspettando in qualche quando o in qualche dove? O era stato spazzato via per sempre? Puff. Sparito. Mai esistito. Non ci sarebbe stato nessun Charlie ad accoglierla a casa con le sue manine paffute. Nessun Charlie a chiamarla nel cuore della notte perché aveva paura dei mostri nell’armadio. Non ci sarebbero più state riunioni all’asilo o contrattazioni su quale gioco farsi comprare. Non ci sarebbero state feste di compleanno con palloncini e cappellini buffi. Non lo avrebbe visto crescere, ribellarsi, innamorarsi… semplicemente non lo avrebbe rivisto più, perché il suo Charlie, in effetti, non sarebbe mai esistito.
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